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Data di pubblicazione del sito 12/5/2007

«La questione morale esiste
da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale
perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la
effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.»
(Enrico Berlinguer)
sinistracastanese@sinistracastanese.it
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«L’islam
dovrebbe diventare la religione di tutta l’Europa».
Se a dirlo fosse stato l’imam di Roccaravindola, sarebbe
allarme rosso al Viminale e almeno qualche madonnina
piangerebbe sangue. Ma l’ha detto Gheddafi, uno con quale
facciamo affari, e il Viminale è tutt’al più preoccupato
che nessun cavallo berbero si azzoppi in una buca sulla
Nomentana, e non si sente fiatare neanche un ciellino, né
dentro né fuori dal Governo...
Sembra di essere
precipitati in pieno medioevo. Siamo ormai alla mercè di
scadenti pataccari eppure sembra che nessuno ci faccia più
caso.
SVEGLIA POPOLO ITALIANO...SVEGLIAAAA!!!!
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"Il Nuovo
Ulivo fa sbadigliare è ora di rottamare i nostri
dirigenti"
Matteo Renzi: per sconfiggere Berlusconi dobbiamo liberarci
di D'Alema, Veltroni, Bersani, senza distinzioni. La
questione della leadership non riguarda me, ma Zingaretti,
Chiamparino, Vendola
di UMBERTO ROSSO
ROMA
- "Nuovo Ulivo? Uno sbadiglio ci seppellirà.
Mandiamoli tutti a casa questi leader tristi del Pd".
Ambizioso programma, sindaco Matteo Renzi.
"Non è mica solo una questione di ricambio
generazionale. Se vogliamo sbarazzarci di nonno Silvio, io
così lo chiamo e non caimano, dobbiamo liberarci di
un'intera generazione di dirigenti del mio partito. Non
faccio distinzioni tra D'Alema, Veltroni, Bersani... Basta.
E' il momento della rottamazione. Senza incentivi".
Rottamare i "vecchi" del Pd vuol dire
automaticamente sbarazzarsi di Berlusconi?
"E' la precondizione, il punto di partenza. Ma
li vedete? Berlusconi ha fallito e noi stiamo a giocare
ancora con le formule, le alchimie delle alleanze: un
cerchio, due cerchi, nuovo Ulivo, vecchio Ulivo... I nostri
iscritti, i simpatizzanti, i tanti delusi che aspetterebbero
solo una parola chiara per tornare a impegnarsi, assistono
sgomenti ad un imbarazzante Truman show. Pensando: ma quando
si sveglieranno dall'anestesia? Ma si rendono conto di aver
perso contatto con la realtà?".
Che cosa propone di fare?
"Lo statuto del Pd parla chiaro, anche se
ovviamente è rimasto inapplicato: dopo tre mandati
parlamentari, giù dalla giostra. Se davvero si va alle
elezioni anticipate, anche se personalmente ci credo poco,
alla prima assemblea nazionale per le candidature vado alla
tribuna e lancio il seguente ordine del giorno: facciamo
riscoprire
il piacere della semplice militanza ai nostri
parlamentari che hanno varcato la soglia delle tre
legislature. E, potendo, anche a Di Pietro, un altro che da
20 anni pontifica su tutto, e abbiamo visto i
risultati".
Resta però aperto il problema: che rapporti con
Fini, con Casini, con la sinistra?
"Fini? Uno che passa da Almirante e Le Pen
alla Tulliani e Barbareschi, di certo non fa per me. Però,
non voglio nemmeno entrarci nel gioco del piccolo chimico.
Piuttosto mi fate capire, per favore, che dice il Pd sul
lavoro che cambia? Sull'innovazione? Sull'ambiente? E sulle
tasse? Facevo ancora la maturità e già Berlusconi e
Tremonti promettevano la riduzione a due sole aliquote.
Quando siamo andati al governo noi, l'unico slogan era
l'agghiacciante pagare le tasse è bellissimo. Ci sarà pure
una via di mezzo...".
Cos'è, un'autocandidatura alla leadership del Pd?
"Il mestiere di sindaco di Firenze mi diverte
moltissimo, e qui voglio stare. Fossi stato a sentire
D'Alema, Veltroni e Bersani mai sarei entrato a Palazzo
Vecchio, macinato dalle primarie. Certo, appena apro bocca
è sempre la stessa musica: il solito Renzi, l'ambizioso. E
che ci vuoi fare, unifico il partito, c'ho tutti contro. Ma
sai che c'è? Meglio un'accusa di arroganza che un processo
per diserzione. La questione della leadership non riguarda
me ma il tema esiste. Eccome".
Chi riguarda allora?
"Di nomi ne vedo parecchi. Fra la gente che
viene dal territorio. Da scegliere con le primarie,
ovunque".
Chiamparino, Zingaretti, Vendola?
"Sicuramente sì. Tre nomi che, con
caratteristiche diverse, sono in grado di dire e dare
qualcosa di nuovo al Pd. Lontani dal balletto di agosto al
quale stiamo assistendo con scambio di lettere o cartoline
fra i nostri dirigenti da un quotidiano all'altro.
Litigando".
Anche lei però aveva litigato con Zingaretti,
accusandolo per la mancata candidatura alle regionali nel
Lazio.
"Abbiamo litigato, ci siamo chiariti davanti
ad una bistecca alla fiorentina. Ma poi, chissenefrega della
polemica, di qualche parola di troppo se poi in realtà sei
sulla stessa lunghezza d'onda. Io penso che oggi Nicola sia
fra quelli che nel Pd rappresentano le novità".
Quarantenni e territorio: è la formula per cambiare
il Pd?
"Penso sia la combinazione giusta per
ascoltare e raccogliere le indicazioni del nostro popolo. Più
che cambiare però io direi proprio: azzerare".
Sembra di sentire Nanni Moretti.
"Io però faccio politica col Pd e sono
impegnato nel mio ruolo di amministratore. E soprattutto
quel grido di piazza Navona, "andate a casa",
allora era di un solo intellettuale. Oggi temo sia condiviso
della stragrande maggioranza del popolo democratico".
(
29 agosto 2010
) La Repubblica
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Claudio Fava: «No
con l'Udc, primare a ottobre»
Nuovo
Ulivo? Beh, “nuovo” è un aggettivo impegnativo...»,
sorride Claudio Fava coordinatore di Sinistra e libertà.
«Certo, Ulivo è un’immagine che ha forza evocativa e
racconta una stagione di vittoria, ma è nuovo solo se non
si limita a indicare chi sta dentro e chi sta fuori dal
progetto, e costruisce un’alternativa, una sfida
all’Italia».
Non le sembra che ci sia questo aspetto nella proposta di
Bersani?
«Alternativa per noi non vuol dire solo liberarsi di
Berlusconi, ma incidere in profondità nel tessuto sociale
e civile del Paese, che rischia di smarrire se stesso
anche se Berlusconi va all’opposizione».
Cosa dovrebbe avere questo Ulivo per essere nuovo?
«Porsi alcuni temi e darsi delle risposte, sul piano
sociale, istituzionale, dei valori repubblicani. Penso al
caso Fiat: la neutralità non è “novità” è un
elemento di tatticismo, di pigrizia politica. Nuovo vuol
dire cambiare lo sguardo nel merito, non immaginare solo
alleanze tra partiti».
Bersani disegna due cerchi: un Ulivo e
un’Alleanza per la democrazia, allargata ad altre forze
più lontane dal centrosinistra tradizionale, come
l’Udc, forse Montezemolo e i finiani...
«Se l’”alleanza per la democrazia” significa un
governo istituzionale mettendo insieme pezzi di destra e
di sinistra, mi sembra una proposta impraticabile. Io
credo che, davanti a una maggioranza che non c’è più,
non ci siano alternative alle elezioni. A destra stanno
facendo solo dei giri di walzer per decidere chi resta col
cerino in mano. Non credo che i finiani torneranno
all’ovile, a votare le impunità del premier».
Bersani però va oltre il governo istituzionale. Propone
un’alleanza per la democrazia per andare alle urne, una
legislatura costituente per sgombrare il campo dalle
macerie del berlusconismo. Voi siete disponibili?
«Una legislatura non può avere come ordine del giorno
solo il ripristino della democrazia, bisogna affrontare i
nodi economici e sociali del Paese. Non si possono
accantonare per 5 anni queste emergenze, la definizione
delle priorità sociali. Non si governa evocando la
democrazia, bisogna fare delle scelte, quelle che non fece
il governo Prodi e che per questo ha pagato. Tutto ciò
non si può fare con un’alleanza priva di un grado
decente di coerenza politica».
Niente alleanza con Casini, dunque?
«Certo, a lui e a Fini ci unisce un senso rigoroso delle
istituzioni, una cultura democratica, ma ci dividono molte
cose, a partire da una lettura dei problemi sociali.
Un’alleanza con l’Udc può anche essere vittoriosa, ma
non può produrre un governo utile e coerente».
Dunque è d’accordo con Veltroni che dice no a
Sante Alleanze contro il Cavaliere?
«Una Santa Alleanza avrebbe senso per 3 mesi per fare una
nuova legge elettorale. Ma come ho detto non ci sono le
condizioni, non credo che Berlusconi starebbe tranquillo
all’opposizione. Un’alleanza di quel tipo ha il sapore
della difesa di un fortino assediato, ma qui bisogna
andare all’assalto dell’accampamento avversario per
ricostruire le fondamenta di una nazione. Per farlo non
basta un’alleanza, neppure in odore di santità. Serve
un progetto in odore di verità».
Non teme che un centrosinistra tradizionale
sarebbe troppo debole contro Berlusconi e la Lega?
«La vittoria non si ottiene sommando partiti, ma
solidificando un’idea capace di parlare al futuro e alla
maggior parte del Paese. In Italia ci sono stati momenti
di grandi slanci vitali, anche contro la logica dei
numeri. In Sicilia, in alcuni momenti, una ribellione
civile ha ribaltato consuetudini decennali. Ma per
costruire una rivolta culturale contro il berlusconismo ci
vuole coraggio...».
Veniamo alle primarie. Per voi restano
imprescindibili?
«Per noi un nuovo Ulivo esiste solo con le primarie, che
non servono solo se si vota il giorno dopo. Servono
innanzitutto a recuperare un rapporto vitale col Paese. La
nostra proposta è chiara, ma continuiamo a ricevere
attendismi, veti, tatticismi. L’unico che ha dato un via
libera chiaro è stato Bersani, e di questo gli va dato
atto».
Quando si dovrebbero fare?
«Al massimo entro ottobre, basta incontrarsi per
stabilire data e modalità. Servirebbe poco, solo la
volontà di farle e accettare il risultato».
Come giudica un ticket Chiamparino-Vendola?
«Un chiacchiericcio, le primarie sono tali se ci sono
diversi progetti in corsa che si misurano col consenso.
Stavolta non ci saranno finzioni o incoronazioni designate
a tavolino».
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"Primarie
subito, poi le alleanze parlando anche coi cattolici"
Centrosinistrra, parla Vendola: "No ad assemblaggi di
piccoli e grandi cespugli, ognuno proteso all'autopromozione.
Così è finito il governo Prodi" di
MAURO FAVALE
ROMA - "Se è vero che sulle primarie
sono caduti i veti, allora evitiamo di passare dal momento
in cui si diceva che era prematuro discuterne a quello in
cui saremmo già in ritardo se la situazione
precipitasse. Organizziamo ora le primarie, subito. Perché
più breve è il lasso di tempo che avremo a disposizione
tanto più forte sarà il bisogno di immettere nel motore
elementi propulsivi". Nichi Vendola, presidente della
Regione Puglia, leader di Sinistra ecologia e libertà, ha
già lanciato la sua candidatura per la leadership del
centrosinistra.
Primarie ora? Anche se non si sa se o quando ci
saranno le elezioni?
"Le primarie non vanno vissute come una mossa
sulla scacchiera del politicismo ma come l'apertura di un
processo virtuoso. Scendano in campo personalità e progetti
per l'Italia che vogliamo. Intorno a noi c'è uno scenario
verminoso fatto di poteri inquinanti e inquinati che hanno
riempito l'Italia di veleni, dossier, ricatti.
Dobbiamo dire che c'è un'Italia migliore di questa".
In campo ci sono anche Bersani e Chiamparino.
"Sarà una competizione interessante. Oggi è
vitale aprire un'interlocuzione con soggetti sociali larghi,
fare quella grande operazione porta a porta di cui parla
Bersani".
C'è già chi pensa a un ticket Vendola-Chiamparino.
"Chiamparino è un grande amministratore, la
sua candidatura
è un fatto positivo. Ma quando si attiva un processo
democratico come questo, sai come si apre e non sai come si
chiude. Vediamo cosa riusciamo a suscitare e cosa decide il
popolo".
E le alleanze? Per Franceschini c'è quella
"costituzionale".
"Penso sia sbagliato costruire delimitazioni
ideologiche di quello che può essere il campo di una
coalizione alternativa alle destre. Per me la priorità
assoluta è la costruzione del cantiere e questo si fa
attraverso le primarie".
Ma arriverà anche il momento di ragionare sulle
alleanze?
"Le alleanze vanno costruite con sapienza, con
curiosità culturale. Sapendo che se il filo con cui vengono
cucite è il trasformismo esse vivranno di una precarietà
di fondo. Se invece il filo di una grande alleanza è quello
della responsabilità nazionale e di una visione
euromediterranea, una maggioranza può tenere".
E basta per tenere insieme Casini, il Pd, l'Idv,
magari anche Fini?
"Io non ho paura di discutere con nessuno. Mi interessa
dire che oggi ci sono 10 milioni di italiani, vecchi e
bambini, che vivono a rischio di abbandono: sono soggetti
fondamentali per l'idea di società che abbiamo? È
possibile che su questi temi non si possa costruire una
coalizione che innerva anche l'arcipelago cattolico?
Partiamo dai guasti dell'Italia, parliamo con i soggetti
sociali, con le famiglie, con le imprese, con gli
insegnanti. Questo è il cantiere che ho in mente. Non ci
impicchiamo all'albero dei pregiudizi".
Quindi qual è la sua ricetta di coalizione?
"Non dobbiamo chiamare mago Merlino che ci dia
la pozione magica della coalizione vincente. So, invece,
cosa non bisogna fare".
Cosa?
"Non bisogna replicare una coalizione in forma
di assemblaggio di grandi e piccoli cespugli, ognuno proteso
all'autopromozione. Così è finito il governo Prodi che
pure era partito con una buona idea, quella fabbrica del
programma che puntava a un'idea di futuro. Dobbiamo essere
in grado di fornire una nuova narrazione. Solo così si
batte Berlusconi".
Che però è ancora forte nel Paese.
"La forza di Berlusconi sta nella debolezza
del centrosinistra. La critica a Berlusconi, come quella a
Marchionne, è credibile se è critica a un modello di
precarizzazione, di governo selvaggio delle risorse
naturali. Se l'antiberlusconismo resta critica
fenomenologica rimarrà staccato dalla vita vera. Il
centrosinistra ha il dovere di vincere perché il Paese sta
andando alla deriva. Ma lo farà solo se metterà in campo
un'idea nuova di lavoro, di vita sociale, di rapporto con la
natura".
Quando si andrà a votare?
"Per la prima volta Berlusconi è roso dal
tarlo del dubbio che possa perdere. La sua storia e la sua
psicologia indurrebbero a pensare, però, che non ce la farà
a giocare di fioretto, avendo costruito se stesso come un
bombardiere politico e mediatico".
(
La Repubblica 25 agosto 2010
)
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Unità, a colloquio con Nichi Vendola
È un lungo monologo, questo di Nichi
Vendola. Possiamo parlare, per prima cosa, del clima di veleni
del livello dello scontro? avevo chiesto. Non si è interrotto
più. Ha detto di Tremonti e di Prodi, di elezioni anticipate
e di Cln, di governi tecnici, di istituzioni a rischio e
coalizioni possibili, di sinistra soprattutto, citando – al
principio – le parole scritte da Alfredo Reichlin per
l’Unità . Di come «liberare il castello dalla presenza di
un sovrano ingombrante senza colpi di palazzo o di teatro,
misurandosi piuttosto col guasto morale che infetta tutto il
regno». Ascoltiamo.
«C’è un clima pazzesco, un’aria
irrespirabile. Non pongo la premessa come clausola di stile,
ma come problema di cultura politica. Non solo a destra, anche
a sinistra quando si manifestano posizioni forse discutibili,
magari eccentriche rispetto alla realpolitik si scatena
l’intolleranza. Da quando ho posto il tema – ho accettato
di assumere su di me la proposta che correva di bocca in
bocca, di sguardo in sguardo – parlo della mia candidatura
alle primarie, sono stato oggetto di attacchi con risvolti
psicanalitici, psichiatrici, sociologici, molti si sono
improvvisati miei biografi in un coro tutto sopra le righe,
fuori asse. È un problema generale, di tutta la politica, e
riguarda il modello di relazioni umane che abbiamo in mente.
Discutiamo politicamente delle nostre idee senza dedicare
tempo al gioco al massacro, alla brutalizzazione.Capisco che
un gruppo di cattolici integralisti faccia tiro a segno nei
miei confronti ma capisco meno una parte della sinistra che si
comporta così.
Chiedo: chi ha paura del popolo
democratico? Il mio invito a non mollare le primarie significa
questo: investire sul popolo di centrosinistra del quale i
militanti del Pd sono la parte più importante e generosa. Non
propongo furbate o giochi d’azzardo. In fondo ogni volta che
il ceto politico ha deciso di cedere una quota del proprio
potere in favore del processo democratico è stato un fatto
straordinario e sorprendente, anche quando l’esito sembrava
predefinito. Capisco che ci sia chi preferisce mantenere le
rendite di posizione. Due sono le paure che mi pare di
scorgere: quella della detronizzazione, e il fatto che la
costruzione dei programmi esca così dai circuiti ristretti e
diventi collettiva. In parte questo è già accaduto con la
Fabbrica del Programma di Romano Prodi. Il politicismo è
asfissiante. Se potessimo invece dare parola ai saperi, ai
talenti per far parlare la realtà della vita: che modello di
ricostruzione si è applicato all’Aquila dopo il terremoto;
che intendiamo fare delle risorse idriche; i processi di
desertificazione dei bacini del mediterraneo; mettere a
confronto modelli formativi… parlare di tv non solo come
lotto politico da occupare ma come veicolo della costruzione
delle coscienze e dell’immaginario collettivo. Vedo invece
un balletto di formule ereditate pari pari dalla prima
Repubblica.Siamo di fronte ad una crisi mondiale, europea e
alla dissoluzione del nostro paese. Abbiamo il dovere di
alzare lo sguardo, di fare una discussione non legata al culto
della contingenza. Se anche un grande realista come Alfredo
Reichlin invita a un nuovo, più alto orizzonte, a una nuova
antropologia e ci domanda se interessi ancora la sinistra come
nicchia e bottega o se non di debba piuttosto riprendere in
mano la missione per il destino di un paese… E invece qual
è la discussione oggi: chi tra i protagonisti della politica
sia vecchio e chi nuovo? La domanda è un’altra: come si fa
a liberare il castello dalla presenza ingombrante del sovrano
senza misurarsi col guasto morale che infetta tutto il regno?
E come si chiude il ciclo del berlusconismo: con un colpo di
palazzo o di teatro, o piuttosto con un rendiconto, anche
aspro, su ciò che è accaduto nella società? La diatriba su
voto subito o governo tecnico, certo. Io non sono in
Parlamento, non ho deputati e senatori, faccio un ragionamento
politico: se ci fossero le forze e il coraggio per mettere in
campo una transizione capace di liberarci di un’ipoteca come
la legge elettorale non potrei che brindare e compiacermi del
pentimento di chi diceva che il proporzionale è la panacea di
tutti i mali.
Ma non accetto l’idea di un governo di
transizione che prosegua nel solco di chi ha operato la
macelleria sociale di Tremonti. Un patto col diavolo? Il
problema è intenderci sulla missione. Bisogna anche
considerare il livello del danno, per dirla con Josephine Hart:
“Ci si vergogna solo la prima volta”. Questo è un regime
che non si vergogna più di niente, bisogna opporsi a questa
guerra civile a bassa intensità combattuta dentro i palazzi
del potere a colpi di dossier, di violenza verbale, di
menzogne. È il sintomo di una decadenza gravissima: deposita
nel Paese uova di serpente. Dunque, il diavolo.
Parliamo dell’ipotesi di una grande
aggregazione in funzione antiberlusconiana, dunque anche di un
cartello elettorale? È in corso lo squagliamento del
centrodestra come lo abbiamo conosciuto. Fini è pure
espressione di una destra: democratica, sì, europea. Il Cln
mi pare un’elucubrazione estiva. Di fonte allo spettacolo
del dissolvimento del fronte avverso cosa fa la sinistra
intesa come luogo del nesso lavoro-libertà-conoscenza? Lo
chiedo con affetto a Bersani. Abbiamo interesse a mettere in
campo, dentro questa sinistra, un’agenda di temi e di
processi che lasci da parte i giochi delle belle statuine
delle tante sinistre, i riformisti e i radicali, gli
antagonisti e i moderati? Un gioco che avvantaggia certo le
rendite di posizione ma produce paralisi del sistema: è il
male che ha già divorato l’Ulivo, non ripetiamolo. La
grande alleanza non deve essere l’Arca di Noè che consenta
a ciascuno di salvarsi: non lavoriamo per il ceto politico ma
per il Paese.Ho grande affetto per Prodi, temo che in politica
non si diano mai secche repliche del passato ma le suggestioni
del prodismo, pur con tutti gli errori commessi, ha portato
una politica con grandi potenzialità espansive. Se Berlusconi
è stato il responsabile della narcotizzazione televisiva,
della deresponsabilizzazione di massa il rovesciamento del
sistema che ha creato deve partire da un nuovo grande
protagonismo democratico. Sono mortalmente stufo delle
diatribe simbolico-ideologiche all’interno della sinistra:
non hanno più tempo né luogo. Io non mi batto per una
sinistra minoritaria, mi batto per vincere. Non bisogna avere
paura della nostra gente, allora. È con la nostra gente che
vinceremo, insieme a loro e grazie a loro». 15/8/2010
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I piani di
Vendola: "adesso sfido anche Bersani"
Il
governatore della Puglia racconta il suo obiettivo politico:
scalare la leadership del centrosinistra in vista delle
prossime primarie
Ha convocato a Bari questo pomeriggio, con
la regia del suo braccio destro Nicola Fratoianni e della
banda di giovanissimi creativi che lo hanno portato alla
vittoria già due volte, gli “Stati generali” delle
fabbriche di Nichi”. L’obiettivo politico, ormai non è più
un segreto, provare l’impresa: la scalata alla leadership
del centrosinistra in vista delle primarie. Lui, Nichi
Vendola, governatore della Puglia, ha già iniziato a
girare l’Italia. E questa sera verificherà se la pioggia di
adesioni raccolte via Internet sono una realtà o un bluff.
Governatore Vendola, chi è il popolo delle fabbriche?
Sappiamo che sono 2 mila; la metà ha meno di quarant’anni.
Ma non sono apparato, non sono burocrazia politica: è la
prima volta che si mettono insieme, li conosceremo stasera.
Suvvia, non scherzi…
Non scherzo! C’è una grande speranza, avverto un’onda di
entusiasmo, ma nulla è pianificato o pianificabile.
Le Fabbriche di Nichi sono la cinghia di trasmissione
di Sinistra e libertà?
Ma nemmeno per sogno! Sono fatte di gente che vota nel modo più
diverso, di moltissimi che tornano alla politica dopo le
delusioni degli apparati, di molti alla prima esperienza
politica.
Lei, di fatto, sta lanciando la sua candidatura.
Detto così è un problema di ambizioni, di carriera
personale. Bè, se fosse questo non me ne frega nulla, la
partita è un’altra.
Quale?
Io voglio capire se c’è la possibilità di
rimettere in moto una una speranza.
Adesso parla in Obamese…
Al contrario. Io non sono un fenomeno, ma un epifenomeno.
Provo a rispondere a un’esigenza di novità, non me la
invento.
Probabilmente sfiderà Bersani: per via dello statuto
il candidato del Pd dovrebbe essere lui…
Le primarie, come si è visto, non sono una gara distruttiva,
ma una gara feconda.
A quale domanda lei vuol dare risposta?
In un momento drammatico come quello che viviamo, la
ripetizione delle vecchie logiche di partito e di apparato
viene percepita come una cerimonia cimiteriale. Anche il
centrosinistra si deve rinnovare, deve costruire una nuova
alleanza.
Intanto lei a Mestre ha raccolto gli applausi dei
militanti della Festa democratica. Che fa, ruba consensi fuori
casa?
Non mi sento il rappresentante di una frazione di partito.
Durante le primarie dicevo di essere “il vero” candidato
del popolo Pd: sono stati anche loro a darmi in consenso per
vincere.
Non teme di essere troppo radicale?
Non sono stato mai percepito come il leader di una estremità,
ma come il punto di sintesi tra il bisogno di diritti dei
settori marginali della società e gli interessi dei ceti
produttivi più forti.
In Veneto corteggia il popolo delle partite Iva, a
Pomigliano difende gli operai, a Vicenza, scrive Ilvo
Diamanti, la applaude Confindustria…
Sì, ma facendo in tutti posti lo stesso discorso! Semmai, se
ho un punto di forza, è che voglio rompere la sindrome di
Zelig del vecchio centrosinistra…
Zelig? Il camaleontico personaggio di Woody Allen?
Proprio lui. Esattamente come Zelig, in questi anni, la
sinistra tende a mimetizzarsi con i suoi interlocutori:
padronale con i padroni, vescovile con i cattolici… Io
invece provo ad offrire una nuova sintesi, un nuovo alfabeto
di priorità.
Mi faccia un esempio.
Sono stato pochi giorni fa all’Expo universale di
Shanghai. Visitare i padiglioni della vecchia Europa è stato
più istruttivo di mille convegni.
In che senso?
Padiglione tedesco: lo spettacolo penoso del karaoke
sull’inno alla gioia. Padiglione francese: una pinacoteca di
finti quadri, un Louvre di cartapesta.
E Il padiglione più bello?
Quello cinese. Sali su un tapis roulant, che poi è
un fiume, che poi scorre davanti a un murales animato con
delle stampe cinesi. Si parte dal villaggio denghiano per
arrivare alla nuova Cina.
E il padiglione italiano?
Ecco il punto. Meglio di tedeschi e francesi. Ma cosa ci
salva? Il lavoro degli artigiani e il belcanto, l’industria
del bello. Ovvero: quello che stiamo smantellando e
definanziando nel nostro Paese. Capisce le conseguenze
politiche?
Quali?
Perché non possiamo rispondere noi a questa domanda? Perché
non è la sinistra a difendere questa idea di innovazione?
Questo progetto può tenere insieme gli industriali produttivi
del Nord-est e gli operai del Sud.
Secondo Tremonti è la manodopera
cinese a fare concorrenza ai nostri operai.
Quando mi hanno intervistato, ho detto che bisogna
difendere sia i panda che gli operai di Shenzhen. Bè, non mi
hanno censurato. Il regime permette ai giornali di raccontare
le tante lotte operaie che si concludono con le multinazionali
che raddoppiano gli stipendi.
Agli operai della Fiat è andata peggio…
Quando sono andato a Pomigliano i giornali italiani non hanno
scritto una riga. La Fiom, trattata dai media – tranne voi e
Il Manifesto – come una setta integralista ha raccolto, sola
contro tutti, il 40% dei consensi!
Lei dice che in questi giorni Tremonti è più
pericoloso di Berlusconi. È una battuta?
È sotto gli occhi di tutti: siamo all’inizio della fine.
Siamo sull’uscio di una fase che può preludere alla
dissoluzione del sistema paese.
E Tremonti?
Berlusconi è stato di fatto commissariato da un potere
economico, di cui Tremonti è l’espressione e il dominus.
Mi spieghi meglio…
L’attacco alle Regioni messo in atto con questa Finanziaria
è usato anche come manovra per mettere fuori i possibili
competitor del dopo-Berlusconi.
Si riferisce a Formigoni.
Le do due numeri. Alla Puglia vengono tagliati 365
milioni su un bilancio di un miliardo: una follia. Ma alla
Lombardia vengono tagliati 1 miliardo e 600 milioni in due
anni!
Cosa le resta dopo i tagli?
Pagati tremila stipendi, nulla. Vuol dire che nel 2011 non è
finanziato il fondo per i non autosufficienti, che a pagare
sono gli ultimi e i deboli.
A sinistra c’è anche chi lo apprezza, Tremonti.
Negli ultimi due anni l’evasione è aumentata di 20
miliardi, una manovra finanziaria. E il 50% della ricchezza
nazionale è finito nelle mani del 10% del Paese. Io
preferirei definirlo il ministro dei ricchi. Sono angosciato.
Da cosa?
Dal quadro che emerge: una classe dirigente inquinata di
camorristi, massoni e faccendieri strangola il Paese. Anche
gli elettori e gli uomini della destra perbene se ne rendono
conto.
Dicono che le Regioni devono
tagliare gli sprechi inutili.
Ma chi lo dice? Le veline tremontiane? Se è la casta dei
ministeri a chiedere sobrietà, in un Paese in cui è vietato
tassare le rendite, mi permetto di dubitare. C’è
un’Italia pacchiana da battere. È il triangolo dei bermuda
e delle bandana… Tremonti-Briatore-Cosentino.
E la Lega?
Mentre a Napoli la camorra attacca manifesti che inneggiano a
Cosentino, ieri Bossi cambiava rotta sulle intercettazioni,
forse spaventato dalle ultime inchieste: Padania Ladrona?
Ma le primarie ci saranno?
Si sono rivelate il metodo migliore per avvicinare il nostro
popolo alla sinistra. Le abbiamo già fatte per Prodi. Non
solo sarebbe assurdo: ormai è impossibile non farle.
Luca Telese
da www.ilfattoquotidiano.it
16/7/2010
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